INCATENATA A ME - Capitolo 17 di 24

OLIVIA BENNET


Era mezzanotte passata e Lizzie aveva i piedi che urlavano pietà - strizzati nelle Loubotin nere che sembravano più uno strumento di tortura, che delle calzature -, e le mandibole anchilosate. Erano ore che sorrideva, annuiva e stringeva mani, e adesso non ce la faceva più.

Resisti ancora per qualche minuto, è quasi finita!, si incoraggiò mentre, al fianco di Michael, salutava l’ultimo ospite della festa che si congedava.

Si trattava dell’uomo che le era stato presentato come Vincent, detto il Moro, e di sua moglie Angela, una donnina bionda e poco appariscente che sembrava completamente sottomessa al marito.

Farò anch'io la stessa fine? A un certo punto smetterò di lottare e semplicemente mi arrenderò al mio destino?, rifletté Lizzie soffermando lo sguardo sul solitario da tre carati che spiccava al suo anulare. Michael glielo aveva infilato al dito subito dopo il rito della punciuta, o come diavolo si chiamava, annunciando a tutti che si sarebbero sposati entro la fine della prossima settimana. Era stupendo e doveva costare un occhio della testa, e pesava un botto.

O almeno era quella la sensazione che le dava.

Forse perché rappresentava un altro simbolo della sua condizione di prigioniera? Molto probabile, ma una cosa era certa: lei non avrebbe mai tradito se stessa, e al diavolo ogni giuramento. Piuttosto, preferiva morire!

«Ricordati che mi devi la rivincita al tavolo da poker, okay?» disse il Moro, rivolto a Michael e agitando un dito nella sua direzione. «La scorsa volta sei stato fortunato, ma sai cosa si dice della dea Fortuna...»

«Che è capricciosa e, prima che tu te ne accorga, ti ha già voltato le spalle per sedersi sulle ginocchia di qualcun altro» snocciolò prontamente Michael. «Sì, lo so, ma non lo fanno tutte le donne?»

Il Moro scoppiò a ridere di gusto. «Hai proprio ragione, ma direi che tu non hai nulla di cui lamentarti.»

Rivolse un’occhiata significativa verso Lizzie, squadrandola da capo a piedi con espressione avida, come più volte aveva fatto nel corso di quella serata. Anche gli altri uomini presenti in sala l’avevano fissata con insistenza, ma quegli occhi l’avevano messa in allarme senza che riuscisse a spiegarsene la ragione: erano cattivi.

E le storie che aveva sentito qua e là, sul Moro, carpendo informazioni dove le capitava, le avevano fornito un quadro abbastanza preciso di che genere di persona fosse.

Una persona dalla quale stare debitamente alla larga.

La sua intenzione iniziale era stata quella di mettere in imbarazzo il fratellastro, invece quella bravata le si era ritorta contro. Avvampò e di contro sentì Michael irrigidirsi, al suo fianco, sebbene non desse a vederlo e conservasse intatto il suo sorriso, ma lei ormai aveva imparato a leggere bene il linguaggio del suo corpo e sapeva che era furioso.

Lo era stato per tutto il tempo.

«Sì, Lizzie è l’ornamento che mancava a questa casa» dichiarò. «Un gioiello di inestimabile valore.»

«Tienilo chiuso in cassaforte il tuo gioiello, allora... o qualcuno potrebbe rubartelo da sotto il naso, ragazzo!» ammiccò il Moro battendo sulla spalla di Michael con fare quasi paterno, poi finalmente lui e sua moglie si congedarono.

Non appena Michael ebbe richiuso la porta d’ingresso alle spalle dei due coniugi Mancuso, il sorriso si congelò, sulla sua faccia, e la mascella si serrò, prendendo a pulsare pericolosamente.

Lizzie avvertì un brivido di timore serpeggiarle lungo la schiena e il suo istinto di autoconservazione le gridò a gran voce di darsela a gambe. «Ehm... ho il tuo permesso di ritirarmi?» domandò, cauta, trattenendo il fiato.

Un breve attimo sospeso, infine: «Ce l’hai!» concesse Michael.

La ragazza annuì e si diresse senza indugio verso la scalinata che conduceva ai piani superiori, ma aveva appena posato il piede sul primo gradino, quando la voce del fratellastro la raggiunse.

«Un momento!»

Si voltò, il cuore che batteva a mille, e lo guardò.

«Voglio che ti liberi di quel vestito da puttana» ordinò, gelido. «Se te lo vedo addosso, quando entrerò nella tua stanza, tra poco, gli darò fuoco e poi manderò qualcuno da tuo padre, chiaro?»

«Cristallino!» assentì lei, rigida. «C’è altro?»

«Sì! Mi aspetterai nuda, in ginocchio sul letto e con il culo rivolto verso la porta.»

Lizzie si portò una mano al petto, sconvolta. «Co... Che cosa? Io... tu… non puoi dire sul serio…» boccheggiò.

Michael alzò una mano e bloccò sul nascere ogni sua protesta. «Prova a disubbidirmi stavolta, sorellina, e giuro su Dio che te ne pentirai amaramente.»

Pronunciata la sua terribile sentenza, la lasciò lì, impalata sulle scale, e si avviò in direzione del suo studio. Lizzie rimase a fissare il punto in cui Michael era sparito per un tempo che le parve infinito, impietrita al pari delle due statue immobili ai piedi della scalinata.

Fino a quando la rabbia non le venne in soccorso.

Come si permetteva quel cavernicolo di darle simili ordini? Avrebbe dovuto aspettarlo carponi sul letto, con il culo all’aria, come un povero agnello pronto per il macello? Come una delle puttane che si faceva? Come quella Charity, magari? La sua amante? Che aveva invitato alla loro festa di fidanzamento senza nessun ritegno e rispetto verso di lei!?

Be’, l’inferno avrebbe dovuto gelare, prima!

Si tolse le scarpe e salì gli scalini quasi di corsa, quindi raggiunse la sua camera e si sbatté la porta alle spalle, facendola quasi uscire dai cardini per la violenza del colpo. La Stanza Blu era deserta, illuminata unicamente dal lume acceso sul suo comodino. Tutto intorno a lei aleggiava un assoluto silenzio.

Dov’è Megan?, si domandò. Dove l’ha portata Brian? L’ha violentata, per soddisfare le sue voglie?

La preoccupazione per l’amica la rese ancora più furiosa.

Scaraventò le scarpe lontano da sé, quindi si liberò anche del vestito, strappandoselo quasi di dosso e ficcandolo nell’angolo più nascosto dell’armadio. Ma non lo fece perché glielo aveva ordinato il fratellastro, no… ma perché faceva schifo anche a lei, dopo la serata orribile che aveva trascorso, e non voleva conservarne nessun ricordo. L’indomani avrebbe chiesto ad Anna di ridurlo a pezzi. O di darlo via, non le interessava, purché lo facesse sparire.

In attesa che Michael la raggiungesse - perché non aveva dubbi che l’avrebbe fatto -, infilò la maglia e i pantaloncini che usava come pigiama e, dopo aver girato la poltroncina di velluto in direzione della porta, vi si lasciò sprofondare sopra coltivando la sua ira, l’arma migliore che possedeva al momento.

 

 

Michael agitò il bicchiere panciuto che stringeva tra le mani. Era pieno per un quarto di un pregiato whisky scozzese invecchiato per più di quarant’anni. Faceva parte di una riserva limitatissima ed era riuscito ad accaparrarsene soltanto una cassa contenente dodici bottiglie, durante un’asta privata. Una sola, di quelle bottiglie, era stata valutata la bellezza di ventimila dollari, ma li valeva tutti, perché il suo palato non aveva mai assaggiato nulla di così buono. Era il liquore delle occasioni speciali, quello dei momenti che un uomo avrebbe ricordato per sempre.

O almeno era ciò che aveva pensato quando lo aveva acquistato.

Di un tenue colore dorato, aveva delle note aromatiche molto particolari: miele, chiodi di garofano, legno di cedro, buccia d’arancia candita e cannella. Del resto, se si voleva avere il meglio, bisognava essere disposti a pagare il giusto prezzo, no?

Un po’ come succedeva per tutto, nella vita.

E tu, sei disposto a pagare il giusto prezzo per avere Lizzie?, insinuò la vocina dentro di lui.

Chiuse gli occhi per un momento. Cristo, quando l’aveva vista sulle scale, con tutta quella pelle in mostra, gli era schizzato il sangue al cervello. Per la rabbia, certo, ma soprattutto per la gelosia, perché non c’era stato uomo che non se la fosse mangiata con gli occhi, quella sera, soprattutto quel figlio di puttana del Moro. Si era accorto benissimo dello sguardo bramoso di quegli occhietti porcini e avrebbe voluto strapparglieli via dalle orbite e darli in pasto ai suoi mastini.

Aveva dovuto ingoiare la bile e fare buon viso a cattivo gioco, tuttavia, ma a causa della tensione accumulata in quelle ultime ore, adesso era un fascio di nervi pronto a scattare alla minima provocazione. Era per questo che, non appena Vincent e sua moglie si erano finalmente levati dai coglioni e Lizzie gli aveva chiesto il permesso di ritirarsi, gliel’aveva accordato senza fare storie, rintanandosi nel suo studio. Non si fidava delle sue reazioni, in quel momento, e aveva preferito concedersi del tempo per calmare i bollori.

Oh, la sorellastra avrebbe avuto la sua punizione, come le aveva promesso, ma sarebbe stato lui a deciderne i tempi. Inoltre restare in bilico sulla corda, per un po’, le avrebbe fatto solo bene a quell’impudente.

Michael era perfettamente consapevole che sarebbe stato più facile per lui - e soprattutto per la sua pace mentale - scegliere come moglie una donna che facesse parte del suo mondo. Una donna più malleabile, più sottomessa, che sapesse in ogni momento quale fosse il suo posto. Una donna che non gli avrebbe creato in continuazione dei problemi. Ogni padre dell’intero clan gli avrebbe concesso la mano della propria figlia senza battere ciglio, considerando la sua richiesta un onore, invece si era innamorato della ragazza più fastidiosa, ottusa, testarda e ingestibile che…

Michael lasciò andare di colpo il bicchiere.

Il cristallo si infranse in mille pezzi, impattando sul ripiano di marmo della scrivania e imbrattando tutte le carte che vi erano sistemate sopra, in perfetto ordine.

«Cazzo!» imprecò, cercando di salvare il salvabile. Prese un ciuffo di kleenex e pulì alla bell’e meglio il casino che aveva combinato. Solo quando fu tutto a posto, si concesse il lusso di soffermarsi sulla teoria che il suo subconscio aveva elaborato.

Sulle prime ci fu la fase della negazione. La sua mente gli propinò scuse su scuse per confutare l’evidenza, ma alla fine tutto acquistò un senso logico: la feroce e inspiegabile attrazione che provava verso Lizzie, la rovente gelosia, la smania di possesso… Merda, aveva smosso cielo e terra per ritrovarla! E non per orgoglio, o per togliersi lo sfizio di averla, ma semplicemente perché ne era innamorato. Si era scopato centinaia di donne, in passato, ma non aveva mai desiderato legarne a sé nessuna.

Fino a quando aveva conosciuto lei.

Era stato vittima del classico colpo di fulmine, quello di cui si leggeva in quegli insulsi romanzetti rosa che piacevano tanto alle ragazze romantiche come Lizzie. Peccato che lui non fosse un eroe… no, lui era il lupo cattivo e quel sentimento del tutto inaspettato e assolutamente non programmato complicava tutto, perché se lei avesse scoperto cosa provava, avrebbe cercato di manipolarlo.

E lui non poteva permettersi quel lusso.

Aveva un clan da guidare e non poteva mostrare il minimo segno di debolezza, altrimenti gli avvoltoi sarebbero calati su di lui, divorandolo.

No, la sorellastra non avrebbe mai dovuto sospettarlo. E ciò voleva dire che avrebbe dovuto dimostrarsi ancora più duro e intransigente nei suoi confronti. Non avrebbe mai pensato che un giorno avrebbe ringraziato il Boia per i suoi crudeli insegnamenti, ma in quel momento lo fece.

Si alzò in piedi e gettò i cocci e ciò che rimaneva del bicchiere di cristallo nel cestino dei rifiuti posizionato a lato della scrivania, quindi si apprestò a salire di sopra, determinato a portare a termine ciò che si era prefisso.

 

 

Lizzie aspettava. E mentre aspettava la sua faccia si faceva sempre più scura. Era ancora seduta in poltrona, di fronte alla porta d’ingresso, le braccia incrociate sul petto e un piede che batteva senza sosta sul pavimento. Era trascorsa circa mezz’ora da quando era salita in camera e nel frattempo aveva avuto modo di pensare a un sacco di cose che avevano fatto crescere a dismisura la sua rabbia.

Rabbia che adesso premeva per venir fuori, ma Michael non si era ancora fatto vedere.

Stanca di aspettare, stava per andare a cercarlo, quando la porta si aprì e il fratellastro entrò nella Stanza Blu. I suoi occhi ambrati la inchiodarono subito là dov’era e un lampo di disappunto gli sfrecciò nello sguardo quando si rese conto che non era dove doveva essere e non era nuda.

«Mi hai disubbidito. Di nuovo!» sibilò, gelido.

Non era una domanda.

Lizzie si alzò, il mento fieramente eretto, e mosse qualche passo in direzione dell’uomo, fermandosi a pochi centimetri da lui.  

«Non mi metterò a quattro zampe come un animale!» replicò, decisa. «Né per te né per nessun altro.»

«Stai mettendo a dura prova la mia pazienza, ragazzina…» minacciò Michael. «Credimi sulla parola quando ti dico che non ti piacerebbe vedermi veramente arrabbiato… e ci sono davvero molto, molto vicino!»

Aveva paura, sarebbe stata una stupida a non averne, ma sapeva anche che se avesse ceduto una sola volta, lui l’avrebbe completamente annientata, sottomettendola alla propria volontà.

E questo non poteva proprio permetterlo. Tutti dicevano che la migliore difesa era l’attacco, perciò ignorò ogni ammonimento e lo affrontò a viso aperto, facendo della collera il proprio scudo. «Dov’è Megan? Dove l’ha portata il tuo leccapiedi? Giuro che se…»

Michael la interruppe, spiccio. «Brian non farà del male alla tua amica, è un uomo d’onore. Lo siamo entrambi!» dichiarò.

Lizzie esplose in una risata sarcastica. «Onore? Sei serio?»

Un muscolo guizzò sulla mascella di Michael, sintomo della furia che anche lui covava in corpo - l’aveva percepita emanare da lui, a ondate, per tutta la sera e non era ancora evaporata -, ma imperterrita continuò: «Quale onore ci sarebbe in tutta questa storia, me lo spieghi? Tu mi hai rovinato la vita, e l’hai rovinata anche a Megan, che non c’entrava nulla. L’hai regalata al tuo cagnolino come se lei ti appartenesse, come se fosse di tua proprietà. Be’, non lo è, come non lo sono io...»

«Ancora ti ostini a non capire, vero?»

«No…» urlò Lizzie. «Sei tu che ti ostini a non capire. Ti aspetti che io faccia tutto ciò che vuoi, che non abbia diritto all’avere un’opinione, che ti obbedisca in tutto e per tutto, come se non fossi capace di badare a me stessa. E vogliamo parlare di stasera? Mi hai esposta davanti ai tuoi amici come una bestia al mercato. Sono una specie di trofeo per te, vero? Perché Michael Cannizzaro riesce sempre a ottenere qualsiasi cosa voglia. Mi mancava solo il guinzaglio e la catena intorno al collo, per rendere ancora più chiaro il concetto.»

«Mi hai dato un’ottima idea, vedrò di procurarmeli la prossima volta. Li preferisci d’oro? O di diamanti? Ti lascio libera scelta, così non dirai più che sono un tiranno» affermò Michael con un’indifferente scrollata di spalle.

Le labbra di Lizzie si serrarono in una linea sottile. «Sei un bastardo, ma se pensi che terrò fede a quel barbaro giuramento che mi hai estorto, sei un illuso! Non sono una mafiosa, io, e non lo sarò mai.»

Se lo ritrovò addosso senza quasi rendersene conto. Un attimo prima le era di fronte e quello dopo le aveva artigliato il polso e glielo stava torcendo dietro la schiena, minacciando di spezzarglielo.

«Tu terrai fede a quel giuramento, Lizzie, me ne assicurerò personalmente.»

«Perché? Perché, tra tutte le donne che puoi avere, hai scelto proprio me?»

E davvero Lizzie non lo capiva!

«Perché ti voglio: semplice!» fu la risposta del fratellastro.

«E cosa succederà quando la voglia ti sarà passata, eh? Tornerai a scoparti la cara cuginetta Charity? Oppure hai intenzione di tenerti anche lei, nel frattempo?»

Michael socchiuse gli occhi in due strette fessure. «Chi ti ha parlato di Charity?»

«È stata lei stessa. Ci teneva a informarmi che ve la siete spassata fino a qualche giorno fa.»

Il ripensare a quella donna, in ginocchio davanti a quello che ormai, volente o nolente, era il suo fidanzato, le strinse lo stomaco in una morsa ferrea e le sue iridi violette dardeggiarono di sdegno.

«Che succede, piccola, sei gelosa?» chiese Michael inarcando un sopracciglio, sorpreso, ma allo stesso tempo enormemente compiaciuto.

Lizzie avrebbe voluto mordersi a sangue la lingua. «Gelosa io? Di te? Tu sei pazzo!»

«Ah sì? Allora non avresti nulla in contrario se adesso chiamassi Charity e mi facessi fare un pompino davanti ai tuoi occhi, giusto?»

Lei fece un passo indietro a quelle parole. «Non oseresti mai.»

«Tu dici?» replicò Michael, l’espressione impassibile. «Mettimi alla prova!»

«Sei un bastardo!» sibilò lei a denti stretti.

«Lo hai già detto.»

Lizzie ignorò la provocazione e proseguì: «Che direbbe la tua preziosa e morigerata Famiglia se venisse a sapere del tuo comportamento indegno?»

«Quasi tutti i boss hanno delle amiche speciali, non è un segreto per nessuno. Nemmeno per le loro mogli.»

«E anche tu hai intenzione di tenerti la tua amica speciale dopo il nostro matrimonio?»

«Dipenderà da te. Se saprai soddisfarmi come voglio» le rispose, fissandola. «Allora? Sto ancora aspettando la tua risposta. Vuoi che chiami Charity e mi faccia succhiare il cazzo da lei?» la incalzò.

«Fallo!» lo sfidò Lizzie. «Così le caverò gli occhi e poi li caverò anche a te» terminò in un ruggito.

Michael scoppiò a ridere. Le avvolse un braccio attorno alla vita e la fece aderire al suo corpo possente, in modo che lei avesse una chiara percezione di quanto quelle parole lo avessero eccitato. «Era quello che volevo sentire...» mormorò sulle sue labbra, poi ne prese possesso.

La esplorò a fondo, succhiandole la lingua come se volesse divorarla.

E lo fece. Senza risparmio.

E come accadeva ogni volta che la toccava, lei perse la testa. Un fuoco rovente le sorse dal centro dello stomaco e si propagò ovunque, bruciando tutto ciò che incontrò sulla sua strada. Michael le insinuò una mano nei pantaloncini, scostò gli slip e si intrufolò tra le pieghe del suo sesso, trovando il tenero bocciolo del piacere e stuzzicandolo come solo lui sapeva fare. Lizzie gemette e si aggrappò alle spalle dell’uomo per sostenersi, perché le gambe non la reggevano più.

«Sei fradicia, cazzo…» grugnì lui, la voce ispessita dal desiderio.

La sua risposta fu un rauco sussurro che si trasformò in un gridolino, quando il fratellastro inaspettatamente la sollevò di peso e la trascinò fino al letto a baldacchino. Ma anziché distendervela sopra, si sedette sul bordo del materasso e se la mise sulle ginocchia, abbassandole in un sol colpo pantaloncini e slip fin sotto le cosce.

«Che… che vuoi fare?» squittì, allarmata, anche se l’intento era sin troppo evidente.

«Darti la lezione che meriti, finalmente!» dichiarò il boss dei Cannizzaro, determinato. «Così la prossima volta ci penserai bene prima di disobbedirmi ancora.»

«Non osare…»

«Dovresti ringraziarmi invece di fare i capricci, ragazzina, è una punizione fin troppo clemente, quindi ora fa’ silenzio e accetta con dignità ciò che ti sei meritata» decretò Michael.

Fece scorrere il palmo della mano su una delle sue natiche e Lizzie rabbrividì a quel tocco, soprattutto quando quelle dita si soffermarono per qualche istante sul suo buchino, sondandolo. Ovviamente non lo avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura, perciò protestò ancor più vivacemente, divincolandosi.

Michael, però, purtroppo per lei, esercitava una presa più che ferrea, così passò agli insulti.

La prima sculacciata troncò a metà la sua invettiva, lasciandola senza fiato e con una sensazione di bruciore sulla pelle.

«Questo è per aver ignorato ripetutamente i miei ordini…» cominciò a elencare il fratellastro.

Seguì un altro sonoro schiaffo, questa volta sull’altra natica.

Lizzie urlò a quel nuovo colpo, sentendosi ardere anche lì.

«Questo è per aver rovinato un vestito da diecimila dollari…» seguì il terzo.

«Questo è per aver mostrato ad altri ciò che appartiene solo a me…» fu l’anticamera del quarto, che le strappò un altro urlo.

«E questo…» continuò Michael per quella che Lizzie sperava fosse l’ultima volta, «è per avermi portato quasi sul punto di uccidere ognuno di quei bastardi, stasera, scatenando così una guerra» terminò con il fiato corto.

Lizzie aveva il culo in fiamme e ognuna di quelle sculacciate era stato un duro attacco alla sua autostima, ma allo stesso tempo - e se ne vergognava da morire, perché sicuramente era una cosa da malati di mente! -, era eccitata come non lo era mai stata prima e il caldo balsamo che le scivolava a rivoli, tra le cosce, lo testimoniava. Anche Michael era eccitato: stesa su di lui, in quella posizione, riusciva a sentire la sua erezione che le premeva contro i seni e lo stomaco. Al pensiero di prenderlo in bocca, la sua fica prese ad ardere alla stessa maniera del suo sedere, se non di più, e il desiderio pulsante la costrinse a serrare le gambe per alleviare quella sensazione.

Quel movimento non sfuggì all’occhio attento del fratellastro.

«Che succede, Lizzie?» la punzecchiò.

«Ni… niente!» farfugliò lei.

«Ma davvero?» ribatté Michael, sprofondandole  dentro con due dita. Mosse le nocche avanti e indietro, massaggiandola intimamente, fino a strapparle dei gemiti che assomigliavano più a dei lamenti. «Avanti, dillo di nuovo che non è niente, se hai coraggio…» la sfidò.

Lizzie si morse quasi a sangue un labbro per resistere a quella squisita tortura, ma ben presto dovette arrendersi, sull’orlo dell’orgasmo. «Ti prego…» mormorò con un sospiro tremulo.

Michael la prese per la vita e la fece voltare verso di sé, fissandola. Quegli occhi ambrati bruciavano come non li aveva mai visti bruciare prima. Li affondò nei suoi e non le permise di distoglierli, avvincendola in una specie di incantesimo.

«Dimmi quello che vuoi e io te lo darò» promise, il tono abbassato di almeno un’ottava.

Lizzie si morse un labbro, indecisa. «So che vorresti aspettare il giorno delle nozze, ma per favore… voglio sentirti dentro di me! Ora!» lo supplicò infine abbandonando ogni pudore.

Un ringhio di pura soddisfazione scaturì dal profondo della gola di Michael. Un ringhio che fece scendere lunghi brividi dietro la schiena di Lizzie, ma non si trattava di brividi di paura, bensì di aspettativa. Il fratellastro le mise una mano sotto le ginocchia e la sollevò, girandosi e depositandola delicatamente sul letto, come temesse che potesse rompersi, se non stava attento. La liberò degli indumenti, facendoli volare sul pavimento con noncuranza, e fece lo stesso con i propri, fino a che entrambi non furono completamente nudi.

«Sei bellissima…» le disse, divorandole il corpo nudo con uno sguardo famelico. «E sei mia.»

«Sì, sono tua…» ammise lei, mentre a sua volta fissava la vistosa erezione dell’uomo, che gli raggiungeva l’ombelico, e il fascio di muscoli guizzanti che costituivano l’ampio torace. La pelle di Michael era cosparsa di cicatrici: alcune piccole e quasi invisibili; altre lunghe e frastagliate, ma quelle lievi imperfezioni non toglievano nulla al suo fascino animale, anzi sembravano accrescerlo. E lei lo voleva, lo desiderava per sé. Voleva affondare le unghie nella sua carne e marchiarlo come lui avrebbe fatto entro breve con lei, affinché tutte le altre donne sapessero senza ombra di dubbio che era suo.

Soprattutto Charity.

Quella considerazione, venuta da chissà dove, l’avrebbe messa in allarme, normalmente, ma in quel momento l’unica cosa a cui riusciva a pensare erano i loro corpi nudi e vogliosi, così relegò quell’informazione nell’angolo più remoto della sua mente per riprenderla in seguito, quando fosse stata più lucida.

«Sarò delicato, te lo prometto…» sostenne Michael parlando lentamente, come per farle capire bene il concetto. O per permetterle di tirarsi indietro, se l’avesse voluto, ma lei non aggiunse verbo e lui continuò. «Ti fidi di me?» le domandò.

«Sì!» annuì Lizzie.

Ed era vero, si fidava. Sapeva che avrebbe cercato di ridurre al minimo il dolore della sua prima volta.

Il fratellastro annuì, soddisfatto, e si stese su di lei, coprendola totalmente con il suo corpo possente, pur senza schiacciarla. Prima la baciò, cercando la sua lingua per ingaggiare con essa un sensuale duello che non ebbe né vincitori né vinti, poi la sua bocca si spostò sul collo, lambendole la tenera carne della gola, e scivolò ancora più in basso.

Quando le prese tra le labbra un capezzolo, cominciando a succhiare, Lizzie inarcò i fianchi verso l’alto, mugolando. Gli prese la testa tra le mani, per tenerlo incollato a sé, infine fu lei a guidarlo sull’altro seno.

«Oh, mio Dio… oh mio Dio, sì, non fermarti!» sussurrò, rapita dalle sensazioni più magiche e folli che avesse mai provato.

E Michael continuò, dandole esattamente quello che voleva e anche di più. Protestò quando lui si staccò per baciarle la pelle dello stomaco, ma le sue rimostranze ebbero vita breve, perché un attimo più tardi aveva affondato la faccia tra le sue cosce e stava banchettando con la sua fica, la lingua che guizzava dentro e fuori, scandendo i battiti impazziti del suo cuore.

Lizzie urlò, artigliando le lenzuola di seta sotto di lei e rischiando di strapparle. Tutto quello era troppo, e troppo intenso, ma non voleva che lui si fermasse per nessuna ragione al mondo.

«Mi… Michael…» squittì, ormai quasi rauca, agitando la testa da un lato e dall’altro sul cuscino, completamente persa nel piacere più sfrenato, mentre l’uomo continuava a divorarla, ciucciandole il clitoride come se fosse una caramella succosa. Era sull’orlo dell’orgasmo, lo anelava… ancora poche stoccate e sarebbe esplosa, ma il suo fidanzato aveva altri piani.

«Ora entrerò dentro di te, piccola…» la informò, sollevandosi e fissandola negli occhi vitrei di passione, lo specchio dei propri. «Sei pronta?»

Lizzie annuì, trattenendo il fiato.

Michael si posizionò tra le sue cosce spalancate e si prese l’uccello tra le mani, guidandolo verso la sua fessura e cominciando a penetrarla con i denti digrignati, per lo sforzo di trattenersi e fare con calma. Ma era grosso, e lei era stretta, troppo stretta. Non poteva funzionare.

All’improvviso ebbe paura e cercò di tirarsi indietro, ma in quello stesso istante Michael, con un deciso colpo di reni si spinse dentro di lei, lacerandole l’imene e affondando fino all’elsa. Lizzie gridò e i suoi occhi si riempirono di lacrime. Gli mise entrambi le mani sul petto, per spingerlo via, ma lui la tenne ferma e non si spostò.

«Il dolore passerà tra un momento, abbi fede…» le disse, la voce dolente, come se stesse soffrendo anche lui.

Aveva ragione.

Dopo nemmeno un minuto il bruciore si attenuò e lei fu consapevole solo di quella stupefacente sensazione di pienezza. Mosse i fianchi, dapprima lentamente, poi esercitando una frizione maggiore.

Trovandola piacevole. Molto piacevole.

«Cazzo, Lizzie… così mi ucciderai!» ringhiò Michael, la fronte imperlata di sudore a causa della forzata immobilità.

Ma lei non voleva che se ne restasse fermo come una statua, lo voleva partecipe, e glielo disse.

«Ne sei sicura?» le domandò.

«Più che sicura.»

E allora Michael prese il comando. Le mise le mani sotto il culo e affondò le dita nelle sue natiche, martellando dentro di lei senza sosta. A ogni colpo Lizzie si sentì sempre più vicina al paradiso, riusciva quasi a toccarlo, c’era quasi…

E poi esplose, urlando più volte il nome di Michael.

Michael non attendeva altro: con un ultimo, possente colpo, si irrigidì e la inondò col suo seme, svuotandosi completamente dentro di lei.

Con un solo nome sulle labbra.

Il suo.